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"LapianTiamo", a Racale il primo Cannabis Social Club d'Italia

Nasce il primo centro in Italia che promuove l’uso terapeutico della cannabis facendo leva sulla legalizzazione dell’autocoltivazione


"LapianTiamo", a Racale il primo Cannabis Social Club d'Italia

La legge lo permette, i farmaci sono disponibili, ma non c’è nessun medico che, prevalentemente per questioni ideologiche, voglia prescrivere nulla. Così ogni giorno migliaia di malati di cancro e sclerosi multipla denunciano: “siamo costretti a rivolgerci al mercato clandestino per acquistare anche la canapa terapeutica”. Il ricorso al mercato nero spesso diventa una tappa necessaria, e le alternative, come la coltivazione, sono vie sbarrate dalla troppa burocrazia, dalla poca conoscenza, dai costi elevati. All'indomani della sentenza della Consulta che ha bocciato la legge Fini-Giovanardi varata nel 2006, giudicandola incostituzionale, si riaccende il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ma la normativa italiana ha già da tempo accolto i risultati della ricerca scientifica ribaltando la concezione demonizzante della Fini-Giovanardi, che aveva equiparato le droghe leggere alle droghe pesanti, negando le proprietà terapeutiche della cannabis. 

A Racale, nel Salento, il centro fondato dall'associazione "LapianTiamo", ha proprio l'obiettivo di promuovere l’uso terapeutico della cannabis facendo leva sulla legalizzazione dell’autocoltivazione. Il progetto è stato voluto e realizzato da Andrea Trisciuoglio e Lucia Spiri, malati di Sclerosi Multipla, membri dell’associazione La pian-Tiamo e consumatori di cannabis ad uso terapeutico, attualmente in cura con il Bedrocan, medicinale a base di inflorescenze di canapa, da cui hanno tratto evidenti benefici. Nella proposta di legge presentata il 6 giugno scorso a Roma, assieme alla parlamentare radicale Rita Bernardini, presidente ad honorem dell’associazione, richiedono un cambio di passo nella normativa, perché si autorizzi l’approvvigionamento della marijuana, per chi ne ha diritto e bisogno, senza trafila, ma tramite i Cannabis Social Club.
L’Italia infatti non vieta l’uso della Cannabis terapeutica per i malati che ne hanno bisogno, ma ne proibisce l’autocoltivazione. Per non parlare delle trafile burocratiche che rendono l’acquisto di cannabis terapeutica complesso e macchinoso, spingendo spesso i malati a rivolgersi al mercato clandestino.
Diverso sarebbe recarsi al dispensario e acquistare cannabis esibendo la ricetta medica, come da poco è possibile fare persino in alcuni stati degli Usa.

Cos'è un Cannabis Social Club?
Il concetto di Cannabis Social Club nasce e viene promosso nel 2005 dall'organizzazione non-governativa ENCOD. Il Cannabis Social Club è un istituto dove si coltiva legalmente la cannabis da utilizzare esclusivamente a scopo terapeutico. Tra i fini di un CSC vi è dunque quello di sostenere l’uso sano per fini non psicoattivi ma curativi, diventando perciò uno strumento di promozione della salute. Nel resto dell’Europa, da tempo la cannabis viene utilizzata come terapia antidolorifica per i malati terminali ed esistono Cannabis Social Club in Nuova Zelanda, Spagna, Belgio, Francia, Olanda e Germania. Il modello dei Cannabis Social Club, come proposto nel corso dell’ultima assemblea di Encod a Bermeo, parte da due presupposti: garantire una serie di diritti alla cura che oggi seppur riconosciuti sono, di fatto, negati, e promuovere un controllo di tipo relazionale su chi consuma, limitando e contenendo forme dannose per la salute.

A promuovere e a sostenere il progetto che ha portato alla realizzazione del Cannabis Social Club di Racale è stato proprio il sindaco del comune, Donato Metallo. Ma hanno collaborato alla nascita del club anche l’onorevole Rita Bernardini, che per mesi ha coltivato piante di cannabis in casa, mostrandone lo sviluppo grazie a Facebook, distribuendole infine ai malati con un atto di disobbedienza civile davanti alla Camera dei Deputati, Mina Welby che rappresenta l’associazione nata in memoria di Luca Coscioni, oltre al sostegno di personalità di spicco come Sud Sound System ed Eugenio Finardi. All’organizzazione no profit aderiscono duecentocinquanta soci sostenitori e altrettanti soci usufruitori, da tutta Italia.

"Creare un CSC rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano che vede ancora criminalizzata la pianta dalla quale noi malati otteniamo enormi benefici e che assumiamo quotidianamente come farmaco consegnatoci dalla farmacia dell’ospedale ed importato dalla lontana e “amica” Olanda: il Bedrocan (infiorescenze di cannabis). Per questo i malati hanno deciso di metterci corpo, mente e faccia: per rivendicare il loro diritto alla libertà terapeutica, che nella fattispecie permette spesso una sostanziale disintossicazione da molte delle terapie farmacologiche associate alla cura di malattie come la SLA o la SM; un diritto che però va sostenuto da tutti perchè riguarda la libertà di tutti." La libertà prima di tutto dal pregiudizio: “La sostanza è stata criminalizzata- spiega Lucia – e questo intimorisce o intimidisce i camici bianchi, che nella gran parte dei casi non vogliono aver nulla a che fare con noi o, ancora peggio, sviano i pazienti, imbottendoli di altri farmaci dagli enormi effetti collaterali. Per il momento, abbiamo sì trovato il sostegno della Regione Puglia, dell’Asl di Lecce, dell’Università del Salento, ma i limiti continuano ad essere ancora tanti, troppi. E i malati hanno urgenza”.
Un progetto tutto pugliese, sebbene proprio qui dal 2010 la cura lenitiva per i malati oncologi o affetti da sclerosi multipla è a spese del servizio sanitario pubblico, che sborsa, da pochi mesi a questa parte, 15 euro a grammo al posto dei precedenti 8 euro, nonostante prima il medicinale arrivasse dall’Olanda e oggi venga reperito nel nostro paese, mentre altrove i pazienti sono costretti a pagare di tasca propria, arrivando a spendere 35 euro per ogni grammo di canapa terapeutica.





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  • Chiara_Pis
  • Ultimo aggiornamento: 20 Marzo 2014 - 17:04
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