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Codice Galatonese IV - San Francesco d’Assisi nel Salento bizantino

Tra i pochi manoscritti liturgici greci, superstiti dell'ingente patrimonio di Terra d'Otranto, spicca il meno appariscente, un po' come Davide tra i figli di Iesse.


Codice Galatonese IV - San Francesco d’Assisi nel Salento bizantino

È il Codice Galatonese IV, un manoscritto cartaceo di dodici fogli, della misura di mm. 213 x 152, attualmente composto da tre fascicoli e custodito presso l'Archivio Capitolare della Collegiata di Galàtone.

Dall'esame delle filigrane e della grafia, oltre che per il tipo di scrittura diritta e slegata, il codice va stimato risalente alla fine del sec. XV o tutt'al più ai primi anni del secolo successivo. Lo stile dei caratteri non è propriamente identificabile con il cosiddetto "stile di Terra d'Otranto", bensì con l'"Italo-Griechische stil", una sua evoluzione a varianti locali. Tale tipo di ductus, infatti, come quello utilizzato nel nostro manoscritto, comunica un effetto di irregolarità e disordine, per la sovrabbondanza di compendi, sospensioni e abbreviazioni.

Lungo i dodici fogli che compongono il Codice Galatonese IV non sono presenti particolari segni grafici o miniaturistici che lo rendano gradevole alla vista, fatta eccezione per una croce iniziale (f. 1r.) e un accenno di miniatura della lettera Φ (f. 11r.). Nonostante il testo rispetti in ogni suo punto le regole grammaticali e sintattiche della lingua greca classica e la sua traduzione appaia chiara ed elegante, il copista non era certo esperto nell'arte amanuense. Si riscontrano nel codice irregolarità vistose, sia nel numero delle righe, oscillanti tra le diciassette e le ventuno, sia nella loro lunghezza.

Molto spesso gli ìncipit (i capilettera) non compaiono o sono semplicemente appuntati al margine. In alcuni casi, lettere facenti parte di un'unica parola sono staccate e viceversa. Più di una volta è lo stesso redattore, resosi conto di aver sbagliato, a porre sul termine errato o al suo fianco la necessaria correzione. Gli errori, specie di itacismo e iotacismo, sono disseminati lungo tutto il codice, dimostrando che chi scriveva agiva sotto dettatura, in modo frettoloso e nervoso a tratti.

Tutto lascia presupporre che un primo manoscritto, richiesto all'improvviso da un ragguardevole amatore cui non poteva essere negato, sia stato rimpiazzato (al momento stesso della pressante richiesta) da una copia posticcia, utile solo a non perdere l'antico testo impresso in quei pochi fogli per poterlo ricodificare al più presto.

Ciò spiega la frettolosità e le numerose inesattezze nella stesura, la citazione mnemonica di un brano del vangelo di Luca e, contemporaneamente, la bellezza del contenuto e la correttezza innografica e dei costrutti morfo-sintattici. La versione suppletiva definitiva, però, non sarebbe mai stata realizzata, certamente per la progressiva soppressione del rito greco. Ma quale contenuto poteva mai destare tanto interesse alla fine del sec. XV? Lo stesso che desta oggi, a più di cinque secoli di distanza.

Il Codice Galatonese IV contiene un'akolouthìa, il proprium per la festa di san Francesco d'Assisi (4 ottobre). Racchiude la celebrazione del vespro, da cantare il 3 ottobre al tramonto, e il mattutino, da pregare il 4 ottobre allo spuntar del sole. Queste due parti sono mutile di due tropària dell'ode III e dell'ode VI, oltre che delle odi IV e V per intero e del doxastikòn al termine del mattutino. Mancano del tutto, invece, l'ora terza, l'ora sesta e l'ora nona, poiché i fogli che le contenevano sono andati anch'essi perduti.

Stando alla mia ipotesi sulla "copiatura frettolosa" del testo, la versione originale della liturgia galatonese per il Santo di Assisi andrebbe retrodatata tra la fine del Trecento e i primi del Quattrocento.

L'autore del testo originale andrebbe in tal caso rintracciato nell'ambiente monastico locale, probabilmente in un amanuense dello scriptorium galatonese di san Nicola di Pergoleto, come testimoniato dall'utilizzo di un verbo alla 1ª persona plurale (f. 2v.), con esplicito riferimento ai monaci. Si spiegherebbero così i numerosi elementi del testo che rimandano ad un periodo antecedente il tempo dell'attuale redazione.

È la testimonianza scritta di come in un contesto prettamente orientale, come quello del Salento medioevale, si riscontri una devozione tutta particolare per un santo propriamente occidentale. Mai, infatti, il culto ufficiale per il Poverello d'Assisi ha trovato posto nel santorale universale della Chiesa bizantina. In vari codici italo-greci si registrano particolari festività liturgiche presenti anche nei codici salentini ma non contemplate dal calendario orientale. Unico esemplare conosciuto di akolouthìa per la festa di san Francesco è esclusivamente l'ufficiatura contenuta nel Codice Galatonese IV.
Il volume di Francesco Danieli, ''Il rito greco a Galatone. San Francesco d'Assisi in un codice bizantino del sec. XV'', edito da Congedo Editore a Galatina nel 2005

Il volume di Francesco Danieli, ''Il rito greco a Galatone. San Francesco d'Assisi in un codice bizantino del sec. XV'', edito da Congedo Editore a Galatina nel 2005

La devozione popolare verso il santo assisiate si era andata diffondendo nel Salento bizantino sin dai tempi in cui Francesco era ancora in vita. Numerose leggende e tradizioni tramandano la memoria di una permanenza del Santo in Terra d'Otranto, durante il viaggio di ritorno dall'Oriente. Le tante raffigurazioni iconografiche di san Francesco, di cui sono ornate le cripte di queste contrade, testimoniano la rapida fioritura del culto francescano salentino fin dai primordi del XIV secolo. Probabilmente si è verificato per san Francesco lo stesso fenomeno che ha caratterizzato e continua a caratterizzare oggi la figura di padre Pio da Pietrelcina.

La santità di vita, scorta nella contemporaneità, unita alla sete di miracoli e sensazionalità hanno contribuito a che si diffondesse a macchia d'olio, allora come oggi, l'amore verso tali santi. Queste due figure, poi, sono legate da vincoli evidentissimi, non ultimo il fatto che la loro venerazione abbia attecchito anche in terra non cattolica e non cristiana.

Ciò che stupisce è la rapidità con cui il culto francescano si sia andato diffondendo universalmente, pur in un'epoca in cui i mezzi di comunicazione non erano certamente quelli attuali.

Non va sottovalutata, inoltre, l'indole missionaria ed evangelizzatrice dell'Ordine Francescano che, già a brevissima distanza dalla morte del suo fondatore, aveva raggiunto e "colonizzato" la Terra d'Otranto. D'altro canto, nel Salento del Trecento, i frati trovarono un terreno fertile, pronto ad assimilare una carica ascetica non poi così diversa da quella monastica orientale, che in quelle terre aveva ormai da secoli il suo habitat.

L'accoglienza che il popolo salentino riservò al movimento francescano fu facilitata, del resto, dall'immediata e capillare diffusione del ramo riformato dell'Osservanza. A pochi anni dalla separazione degli observantes dai conventuales, infatti, il convento di santa Caterina d'Alessandria in Galatina divenne il centro irradiatore della riforma francescana in Terra d'Otranto. Nel 1391, Raimondello Orsini del Balzo invitò gli osservanti a Galatina, affidando loro la basilica e il complesso conventuale da lui edificati.

Tale profonda influenza serafica potrebbe essere all'origine della stesura, pur in un'area cultuale bizantina, di un manoscritto "ufficiale" contenente le preci da recitarsi nella festività di san Francesco. È probabile, infatti, che i greci di Galatone abbiano avvertito il dovere di porre una sorta di imprimatur su di un culto ormai diffuso, bisognoso di epurazioni e ridimensionamento. Tutto ciò, magari, con l'intento di evitare forme fuorvianti di devozionismo o abusi liturgici e cultuali.

È utile, in merito, riportare il pensiero del De Ferrariis, il più "greco" degli umanisti meridionali, che di Galatone era nativo. Questi non nutriva gran simpatia verso gli ordini mendicanti, spesso sovvertitori intransigenti e irrispettosi delle locali tradizioni. Ribadì tale convinzione nel dialogo Eremita, nel 1517, al tempo in cui in Galatone si celebrava con grande solennità la festa di san Francesco, santo «moderno» e tra i fondatori di «nuove regole e nuovi ordini».

Nonostante ogni remora, antica o recente, a distanza di più di mezzo millennio l'ufficiatura galatonese per san Francesco d'Assisi resta una miniera d'oro dal punto di vista paleografico, innologico, teologico e antropologico. Ma è anche un tassello importantissimo nel mosaico francescano, non solo del Salento, e un contributo per il dialogo ecumenico fra le diverse confessioni cristiane.

Segnalato da CULTURA SALENTINA con sede a Nardò

 

Ottobre 2009 di Francesco Danieli



  • Redazione
  • Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2014 - 21:56
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