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Camillo Monaco (fra Oria e Napoli) - Fu vera gloria? A noi posteri l'ardua sentenza.

Speciale 150° Anniversario Unità d'Italia di Cav. Fr. Arpa - Oria - socio Archeoclub d'Italia


Camillo Monaco (fra Oria e Napoli) - Fu vera gloria? A noi posteri l'ardua sentenza.

Camillo Monaco (Oria 1819-1896)
Fu vera gloria? A noi posteri l'ardua sentenza.

Secondo il mio modesto parere è giunta l'ora di fare luce sui fatti accaduti in Oria 150 anni fa, che causarono, fra l'altro, la tragica morte di tre oritani, all'indomani
dell'Unità d'Italia. Corredo questa mia "postulazione di causa postuma" con pezzi tratti da alcuni testi
degni di fede.
Perché lo faccio? Per vari motivi:
- ho tempo da perdere (come ama dire di me qualche onorato concittadino);
- sono amante di storia locale e di cose del passato in genere e mi piace analizzarle secondo un mio punto di vista, critico e da spirito libero, che non ama omologarsi al comune senso del pensare e dell'agire;
- ho vissuto per dieci anni nel centro storico e precisamente in Via Camillo Monaco, n°36 .... e detto nome è rimasto scolpito nella mia mente, in considerazione che istintivamente leggevo almeno una volta al giorno la marmorea targa toponomastica: "Via Camillo Monaco - Maggiore Guardia Nazionale 1819 - 1896 - Anticamente Li Chianchizzi". (Il contenuto della targa a dire il vero è alquanto modesto rispetto all'importanza che è stata data al personaggio dai suoi contemporanei);
- ho letto testi di due esperti di storia locale, Antonio Benvenuto (anno 1985) e Anna Maria Andriani (anno 2006), i quali auspicano, per i fatti di allora, un approfondimento negli studi e nelle ricerche da parte di studiosi.

Antonio Benvenuto:
[Un'ombra, dunque, cala su questa figura (Camillo Monaco) che l'opinione pubblica ha
sempre ritenuto un eroe garibaldino e che in seguito al ritrovamento del Carteggio appare
piuttosto un fazionario violento e prepotente.
Quale delle due immagini è la vera?
Agli studiosi la risposta!
Noi ne abbiamo voluto parlare non per desiderio di dissacrare e gettare nel fango la
personalità di un uomo ma per amore della ricerca storica e della verità.];

A.M. Andriani:
[......solo uno studio incrociato delle fonti reperibili potrebbe fare emergere più chiaramente
la figura di Camillo Monaco.
La proposta editoriale della sua biografia delineata dal figlio Attilio, arricchita anche
dell'Albero Genealogico della famiglia Monaco e degli Indici dei nomi e dei luoghi,
offrendo altra materia di riflessione, vuole essere un invito ad ampliare e approfondire
le ricerche.]

- per farlo, ho pensato: "quale migliore occasione della celebrazione del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia? (17 marzo 1861 - 17 marzo 2011)"

- sono convinto che tale delicato compito può essere svolto con professionalità dall'Istituto di Storia per il Risorgimento Italiano, Comitato provinciale di Brindisi,
presieduto dalla prof/ssa Anna Maria Andriani, oritana;

- certamente nessuno può pensare che è mio intento dissacrare e gettare nel fango la personalità di Camillo Monaco. Lo faccio solo ed esclusivamente per amore della ricerca storica e della verità...... ed eventualmente onorare anche la memoria di quei tre sventurati oritani che quel nefasto 31 marzo 1861 ebbero la sventura di imbattersi nei "bravi" della Guardia Nazionale al comando di Camillo Monaco, il quale, attraverso una lettura delle carte oggi potrebbe apparire a noi colpevole (se non responsabile) di aver abusato di poteri a lui conferiti. Una cosa è certa: al Monaco non mancarono certamente i mezzi per pagare i migliori avvocati per difendersi. Stessa cosa può dirsi per le famiglie di quelle vittime? Qualcuno si costituì parte civile?

- se posso capire la decisione del Consiglio Comunale (formato da liberali), in data 29 ottobre 1899 di dedicargli una via ed un paio di vicoli, non posso altrettanto facilmente capire il motivo per il quale negli anni "60, forse in occasione del I° Centenario dell'Unità d'Italia, l'amministrazione comunale oritana ha deciso di intitolare al Monaco addirittura la nuova scuola elementare (l'attuale II° circolo). Mi chiedo e vi chiedo: era proprio necessario tributargli tanto onore? O forse Oria non aveva altri personaggi del passato più illustri e più dotti del Monaco? Lo stesso figlio Dante nel manoscritto "Ricordi di famiglia" afferma che il padre non si è mai laureato in legge "distratto com'era da mene politiche". O forse gli amministratori comunali degli anni "60 sconoscevano il contenuto del Carteggio relativo al "Processo a Camillo Monaco per i fatti del 31 marzo 1861"?

La seguente foto è tratta dal libro-biografia di Camillo Monaco "Un Attendibile". Il figlio Attilio indica quel fabbricato come "La casa Monaco ad Oria".

 

 Oggi quella casa, di fronte alla Basilica Cattedrale, sulla destra della piazza, è come la vedete in quest'altra foto.

 

 

In Oria i Monaco avevano vari possedimenti. Alcuni: una masseria in contrada Salinelle; l'attuale palazzo abitato da Salvatore Filotico (Titti per gli amici, discendente del Monaco), ubicato in Via Francesco Milizia e, nella stessa via, il palazzo abitato attualmente dal preside Cosimo Mazza. 

 

 

Inoltre, penso di avere fatto un'interessante scoperta dal punto di vista storico, ma anche mio personale. Vi ho detto in premessa che ho vissuto per dieci anni in Via Camillo Monaco, n° 36. Orbene sul fronte di detta casa (oggi di proprietà di Giulio Caforio) è tuttora visibile il seguente stemma patrizio che potrebbe essere proprio quello della famiglia Monaco. (Somiglia molto a quello esistente nei documenti in possesso del suddetto Filotico). 

 

Si spiega forse il motivo per il quale fu sacrificato il vecchio toponimo Chianchizzi per fare posto a quello di Camillo Monaco. La sua casa sarà stata lì dove ho abitato io .... al civico 36 di Via Camillo Monaco?
 
La domanda nasce spontanea: "In quale casa è nato Camillo Monaco? " Risposta: "Io non lo so, ma posso dirvi con certezza che una famiglia oritana custodisce gelosamente alcuni effetti personali (finanche la sua culla) del "Re di Oria" (come venne definito in occasione del processo a C. Monaco dalla madre di uno degli oritani morti.)

Concludo col dire che per l'occasione ho creato un blog tematico-commemorativo (oria1861-2011.blogspot.com)
Dopo questa breve e doverosa introduzione vi invito a leggere quanto sopra accennato..
 
Oria, marzo 2010.
Franco Arpa, libero blogger di Oria (socio Archeoclub d'Italia)
arpa-oria.it 

 

 

Prof. Antonio Benvenuto (anno 1985)
Il processo a Camillo Monaco per i fatti del 31 marzo 1861 e la situazione politica in
Oria. (Quaderni del Liceo Scientifico di Oria)
Camillo Monaco nacque in Oria il 23 febbraio 1819 da famiglia facoltosa. Fu liberale,
anticlericale e antiborbonico e, come afferma Casimiro Mangia (Breve Guida Topografico-
Storica della Città di Oria. Ed. Marrazzi, Oria 1961) «capo ceppo» della setta clandestina
antiborbonica di Oria.
Soggiornò moltissimo a Napoli, dove studiò, conseguendo il Diploma di Belle Lettere,
Filosofia e Giurisprudenza, nel 1845, e dove forgiò il suo temperamento di politico antiborbonico
col frequentare i famosi Caffé «Buono», «De Angelis», «Danzelli», «Gran
Bretagna», «Ercolano» e «Comito», luoghi di convegno di tutti quei «riscaldati» (testualmente
riportato nella biografia scritta dal figlio Attilio, dal titolo Un Attendibile)
che aspiravano alla realizzazione di un'Italia libera e indipendente.
Risiedendo in Oria, tesseva le fila antiborboniche, incontrandosi spesso nel Caffé «Persico
» di Lecce con gli altri «liberali» di Terra d'Otranto.
A 31 anni, Camillo Monaco, nonostante questa militanza politica, non era ancora ritenuto
un «sovversivo» dalle autorità napoletane; lo fu soltanto quando, su personale richiesta

decise di congedarsi dal Corpo delle Guardie d'onore del Re, nel quale si era arruolato
appena ventunenne.
Il Monaco, infatti, siccome i Mazziniani e i liberali cavuriani avevano intrapreso iniziative
più marcate nel Sud d'Italia per scrollare il regime borbonico, senti che era
giunto anche per lui il momento di aumentare il suo impegno politico, muovendosi tra
Oria, Lecce e Napoli con maggiore insistenza.
Per questo motivo, l'11 gennaio 1851 fu sottoposto a interrogatorio: I giudici volevano
sapere qualcosa sulla sua passata permanenza in Napoli e sui suoi continui spostamenti.
Rinchiuso nelle carceri di Santa Maria di Capua per 55 giorni, fu poi liberato, ma rimase
incluso nella lista degli «Attendibili».
L'anno seguente, precisamente il 27 agosto 1852, la sua casa di Napoli fu sottoposta ad
accurata ispezione dall'ispettore Franco Cangemi che vi trovò carte e materiale giornalistico,
a suo dire, interessanti.
Ritenuto «sovversivo», Camillo Monaco trascorse, quindi, gli anni tra il 1851 e il 1859,
ora sotto sorveglianza speciale, ora in carcere, ora al confino.
Intanto il Regime borbonico volgeva alla fine. A nulla era valsa la concessione della
Costituzione, né il viaggio, che il Re Ferdinando II aveva fatto pur tra il tripudio di
tante popolazioni pugliesi, come quella di Oria, di Sava, di Fragagnano, di Carosino e
di San Giorgio, aveva riavvicinato al trono borbonico le masse di tante città.
Lo stesso Re sembrava esserne consapevole. La frase che il Re pronunciò alla moglie
«Teré, che brutto viaggio facimmo sta vota» ha tutta l'aria di un vaticinio.
Il 22 maggio, Ferdinando dovette abdicare in favore del figlio, Francesco II, ma anche
questa iniziativa politica non valse a scongiurare la fine del regno delle Due Sicilie.
Garibaldi con i suoi «picciotti» aveva liberato la Sicilia ed ora sul Volturno sbaragliava
l'ultima resistenza borbonica.
Il 17 marzo 1861, l'Italia era finalmente proclamata «unita, indipendente e monarchica
».
I riconoscimenti politici che Camillo Monaco ricevette per la sua opera di cospiratore e
di patriota in appoggio alla causa unitaria, furono molti, ma quello che gli diede un
enorme prestigio personale e l'autorità di intervenire, in nome di Garibaldi prima e di
Vittorio Emanuele II poi, nelle faccende politiche e amministrative del Comune di Oria,
fu la nomina di «Commissario Straordinario del Comune», affidatagli dal Governo
Provvisorio Dittatoriale di Napoli, il 6 settembre 1860.
Organizzato un Corpo di Guardie Nazionali, il Monaco fu nel paese l'unico responsabile
dell'ordine pubblico e l'indiscusso capo politico.
Non tutti gli Oritani erano, però, diventati «liberali» e «filopiemontesi».
Molti cittadini mal sopportavano il nuovo corso storico e aspettavano un'occasione
propizia per intervenire.
La scintilla fu provocata il giorno di Pasqua, 31 marzo 1861, circa due settimane dopo
l'Anniversario della proclamazione ufficiale dell'Unità d'Italia.
Il tumulto pubblico, scoppiato in Piazza Manfredi verso l'imbrunire, fu però prontamente
stroncato dalla Guardia Nazionale. Il figlio del Monaco, suo biografo, liquidò
l'avvenimento con poche battute, come un fatto di poco conto. Ma non fu di poco conto!
In quella circostanza, infatti, la Guardia Nazionale si macchiò del sangue di tre cittadini,
uccisi a colpi di baionetta, e di numerosi feriti.
Già l'aria che si respirava nel paese in quegli anni era surriscaldata a causa delle fazioni
politiche fortemente contrapposte dei «liberali» e dei «borbonici».
Finanche il Clero in Oria e nell'intera Diocesi era diviso.


Da un lato vi erano i sacerdoti fìloliberali e amici del Monaco; dall'altro i sacerdoti conservatori,
legati al «borbonico» Monsignor Margherita, Vescovo di Oria.
Attilio Monaco afferma nella biografia paterna che Monsignor Vescovo era un «appassionato
difensore della causa borbonica, procurandosi, per questo, l'odio di molti e il
domicilio coatto nel 1860».
Insomma, la faziosità politica era tale in Oria che alcune famiglie tentarono di uccidere
il Vescovo che celebrava in Cattedrale un Pontificale, sparandogli addosso dall'alto
della cupola e la Chiesa oritana, dopo la fuga del Vescovo, cadde in uno scisma che durò
ben tre anni.
Una cosa è certa: la caduta dei Borboni arrecò in città persecuzioni, angherie e soprusi
da parte dei vincitori «liberali» e il tumulto sedato nel sangue ne è la prova più evidente.
Dopo cinque anni di potere assoluto da parte della fazione liberale, le elezioni del 1866
videro nell'Amministrazione Comunale la vittoria dei Conservatori.
Camillo Monaco, passato all'opposizione, non si dette pace per la sconfitta subita e cominciò
ad attaccare i nuovi Amministratori non tanto nel loro nel politico quanto nella
condotta morale di privati cittadini, giungendo a denigrarli pubblicamente. Fece perfino
stampare le sue maldicenze su un giornale di Taranto, intitolato «L'Eco dei due mari
».
Gli Amministratori Comunali risposero a queste ingiurie tramite un libello scritto dal
sacerdote don Cosimo De Angelis, contenente tutta la cronistoria degli abusi e delle
prepotenze del Monaco, fatte fino al 1866. (L'opuscolo fu però firmato da Luigi Carone!).
Alla risposta degli Amministratori, il Monaco fece seguire una tardiva querela per diffamazione,
nel 1869.
L'aria era divenuta nuovamente irrespirabile in Oria!
Gli Amministratori, a questo punto, sollecitarono un'inchiesta della Magistratura affinché
appurasse l'operato del Monaco per tutti gli anni del suo mandato di « Commissario
straordinario » e di « Capitano della Guardia Nazionale » e indagasse sulla sua
responsabilità morale nella vicenda del tumulto del 31 marzo 1861.
Furono cosi incriminati:
Camillo Monaco, Capitano della Guardia Nazionale, Assessore e Consigliere Municipale;
Orsini Francesco, guardia extralegale; Biasi Francesco, guardia extralegale; Di
Mauro Pasquale, guardia extralegale, calzolaio; Fella Noè, guardia extralegale, falegname
(pregiudicato e condannato per furto); Patisso Giuseppe, guardia extralegale,
falegname (pregiudicato e condannato per furto); Attanasio Vincenzo, guardia extralegale.
Il Pubblico Ministero definì costoro « uomini pessimi » e « Bravi » per usare le parole
testuali. Lo stesso giudizio fu espresso nella Deliberazione della Camera di Consiglio
(vol. 2°, foglio 170).
«Camillo Monaco - cosi si legge - capo del paese, aveva i suoi fidi; tra questi annoveravansi
gli imputati e qualche altro che erano reputati "Bravi" del tempo di mezzo.
Tutto era in quella stagione lecito a costoro. Minacce, villanie, insulti, battiture e furti
vedevansi in quei di e l'onesta gente taceva perché il Re di Oria in suo segreto tutto
approvava. Dovettero in prosieguo sorgere giorni migliori per il trionfo della giustizia
perché, rassicurati gli animi, dai cittadini furono denunciati e provate talune delle ribalderie
consumate da quei tristi e Noè Fella e Giuseppe Patisso (facienti parte di questa
triste associazione), come colpevoli di furto ora espiano la pena della reclusione».
I capi di imputazione per il Monaco e per i suoi collaboratori furono:

1)-Furto dei troni episcopali della Chiesa di Oria;
2)-Violazione di domicilio;
3)-Arresti arbitrari e abuso di potere;
4)-Cagionamento della morte di tre cittadini;
5)-Calunnie contro Francesco De Angelis;
6)-Grassazione ai danni di Francesco Russo.
Camillo Monaco, per difendersi, dovette ricorrere ai migliori avvocati del foro leccese,
tra cui l'avv. Leonardo Frascassovitti, l'avv. Vincenzo Barletti, l'avv. Marco Paladini e
l'avv. Giuseppe Falco, i quali sostennero, durante il dibattimento, la faziosità dell'accusa,
l'insufficienza delle prove, l'ineluttabilità della necessità di stato e l'inesistenza
delle minacce al Giudice mandamentale.
Il verdetto fu di assoluzione per il Monaco e per tutti gli altri imputati con le seguenti
motivazioni:
- molti omicidi, consumati durante quegli anni di trapasso politico, erano rimasti impuniti;
- la causa era stata celebrata dopo diverso tempo dall'avvenimento dei fatti;
- l'esasperata faziosità dei testimoni a carico e a scarico aveva nociuto alla ricerca della
verità.
Il «Cittadino Leccese» del 1° aprile 1871 esaltò la decisione dei giudici, scrivendo: «Noi
siamo lieti che a Camillo Monaco, patriota di antica data, sia stata resa la libertà che
gli era stata tolta, sol per aver fatto il suo dovere in difesa dell'ordine e del pubblico diritto
».
«Il Propugnatore», un altro giornale salentino, il 3 aprile dello stesso anno, usciva con
la notizia dell'assoluzione del Monaco e con una breve cronistoria del tumulto che aveva
causato la morte di tre cittadini, insinuando, infine, che la causa era stata voluta
dai nemici del partito liberale.
Oggi, grazie al ritrovamento del carteggio in copia presso la famiglia Filotico, (carteggio
della causa contro Camillo Monaco, conservato nell'Archivio privato della Famiglia
Filotico di Oria, composto da 270 fogli rilegati più n. 3 giornali riportanti l'episodio (n.
2 «Cittadino Leccese»; n. 1 «Il Propugnatore») gli avvenimenti di quel tempo possono
essere rivisitati con maggiore analisi.
A noi che l'abbiamo letto attentamente, il Carteggio ci ha dato l'occasione di ritrovare
molti elementi nuovi che ci portano ad essere abbastanza critici nei confronti del Monaco,
vedendo in lui non tanto l'autore materiale della morte dei tre poveri disgraziati
cittadini, quanto l'autore morale e l'organizzatore consapevole del fatto di sangue.
Era il giorno di Pasqua, un giorno festivo, durante il quale i paesani solevano radunarsi
in Piazza Manfredi per incontrarsi e discorrere tra loro.
Da circa due settimane era stato celebrato in Italia l'Anniversario dell'Unità e quel
giorno festivo dovette essere ritenuto dai liberali abbastanza adatto perché in Oria se
ne rievocasse la memoria.
Per questo motivo il Monaco aveva fatto arrestare numerosi cittadini, tra cui Cosimo
Mola e Cosimo Calò, da lui ritenuti «sobillatori» in quanto avevano prezzolato dei ragazzi
perché gridassero in Piazza «Viva Francesco II».
Nel pomeriggio, fu fatta sfilare la Banda cittadina per le vie del paese.
L'accompagnavano dei mestatori politici, amici del Monaco, che bastonavano e minacciavano
coloro che non gridavano «Viva Vittorio Emanuele II».
Giunta in Piazza la banda, il Sergente della Guardia Nazionale, don Nicola Pinto, fu
invitato dal Monaco a tenere un pubblico comizio.

Dovette esserci qualche manifestazione di insofferenza da parte di qualche cittadino
fìloborbonico se il Monaco fece intervenire la Guardia Nazionale.
Il suo intervento fu cosi violento che in poco tempo giacquero per terra, in una pozza di
sangue, finiti a colpi di baionetta, Marcello Sartorio, suonatore di piatti, Pasquale Pastorelli,
ex borbonico, manovale, e Pietro Sartorio, padre di Marcello, suonatore di
trombone.
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse inutile lo si deduce ampiamente dalle
deposizioni rese durante il processo:
Francesco D'Amico, guardia nazionale, dichiarò che né il sabato né la domenica di Pasqua
vi era ragione di temere una rivolta.
Vincenzo D'Amico disse che in quella maniera si erano voluti togliere di mezzo i «retrivi
».
Angelo De Angelis, guardia nazionale, disse che la Guardia non era stata né minacciata
né provocata.
Domenico Greco definì le Guardie Nazionali «schiuma di briganti», protetti dal Monaco.
Giovanni Toscano, guardia nazionale, accusò il Monaco, dicendo che fu lui ad aizzare
le guardie.
Domenico Trincherà affermò che a tirare colpi di baionetta fu l'Orsini, una guardia extralegale.
Pietro Conte disse che non vi era bisogno dell'intervento della Guardia Nazionale
in Piazza. Pasquale Attanasi affermò che era inutile la riunione in Piazza,
stante il fatto che vi era pericolo di reazione. Isabella Antonini, madre del Pastorelli
ucciso in Piazza, accusò di omicidio le extraguardie Orsini e Biasi e definì il Monaco «
il Re del paese ».
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse, inoltre, provocatorio, lo si deduce dal
fatto che la fazione borbonica era stata resa impotente a nuocere, giacché il Monaco
aveva fatto arrestare oltre al Mola e al Calò, Angelo Masiello, contadino; Cosimo Mingolla,
contadino; Cosimo De Fazio, contadino; Pasquale Barone, proprietario; Raffaele
Manisco, contadino e Luciano Manisco, ex soldato borbonico, sbandato.
Dal Carteggio, infine, apprendiamo che nelle mani degli uccisi, presunti agitatori, non
vi fu trovata un'arma; che il dottore Giuseppe Danusci, incaricato ad eseguire l'autopsia
fu minacciato dai «liberali» e che il Giudice Istruttore permise la ricognizione dei
cadaveri e l'autopsia dopo qualche giorno, quando la decomposizione era già in stato
avanzato.
Un'ombra, dunque, cala su questa figura che l'opinione pubblica ha sempre ritenuto
un eroe garibaldino e che in seguito al ritrovamento del Carteggio appare piuttosto un
fazionario violento e prepotente.
Quale delle due immagini è la vera?
Agli studiosi la risposta!
Noi ne abbiamo voluto parlare non per desiderio di dissacrare e gettare nel fango la
personalità di un uomo ma per amore della ricerca storica e della verità.
Prof. Antonio Benvenuto

PRESENTAZIONE di Anna Maria Andriani sulla riproduzione anastatica del
volume Un Attendibile: Camillo Monaco (1927), scritto dal figlio Attilio, in occasione
del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini. Anno 2006.

L'edizione del volume Un Attendibile: Camillo Monaco (1927), scritto dal figlio Attilio,
documenta la storia di un patriota nel contesto del movimento risorgimentale salentino
e nazionale, che mirava all'indipendenza e a un regime di libertà, fortemente
ispirato al pensiero e all'azione di Giuseppe Mazzini.
Camillo Monaco (1819-1896), terzogenito di Pasquale ("gentiluomo" e proprietario) e
di Gaetana Vita di Veglie, nel 1838 si arruolò nella Guardia d'Onore in Terra d'Otranto
e, nel 1841, si trasferì a Napoli per frequentare gli studi giuridici. Una volta nella
capitale del Regno delle Due Sicilie, egli entrò nella grande conversazione ideologica
italiana ed europea e diede inizio alla sua avventurosa storia di "liberale temerario
mazziniano". Il 6 luglio 1856, a Napoli, sposò Nicoletta Leanza dalla quale ebbe nove
figli: sei maschi e tre femmine. Affascinato dagli ideali di libertà e di indipendenza,
commosso dal tentativo fallito dei fratelli Bandiera, egli chiamò i suoi primi due figli
Emilio e Attilio; Garibaldi fu il nome del penultimo figlio, nato nel 1864, e Italia quello
della figlia nata nel 1873. Sorvegliato dalla polizia borbonica, entrò nel mirino del
commissario Morbilli, il quale aveva intrapreso una "crociata contro i barbuti" nel
1850.
La famiglia Monaco viveva in Oria, modesto centro agricolo economicamente e socialmente
arretrato, del distretto di Brindisi. Nella città, governata da un Decurionato,
la popolazione era distinta in ricchi proprietari o galantuomini proprietari, civili professionisti,
"artieri", contadini e braccianti. Due i partiti politici: uno sostenitore del
tradizionale regime borbonico e l'altro orientato verso il nuovo ordine di cose, in cui si
identificavano le "ambizioni del Monaco".
Un Attendibile si legge come un diario dell'avventura umana e politica di Camillo
Monaco, ricostruito dall'interno - con il portato delle emozioni e delle tradizioni di famiglia
dello scrivente, figlio del protagonista - con la razionalizzazione e il distacco dello
storico, ma anche di quello stesso figlio ormai in pensione, ma che era stato, anche,
cittadino del mondo. Attilio, allora, volle fissare sulla pagina quello che William Wordsworth
chiamava "emotion recollected in tranquillity" (emozione ricordata in tranquillità):
le lotte per l'indipendenza che avevano preceduto la sua infanzia e i cui racconti
avevano nutrito la sua adolescenza. Il lettore di Un Attendibile nota, comunque, tra le
righe, una trepida, velata tristezza nei punti in cui lo scrittore-figlio non riesce a spiegare
atteggiamenti e comportamenti, a disperdere le ombre, a fugare per sempre insinuazioni
e terribili dubbi, quasi volesse giustificarsi di fronte al padre - protagonista
della biografia - e di fronte agli altri martiri della libertà, per non essere riuscito a capire
appieno e a far piena luce sulle ombre del sospetto. Preoccupato a illuminare le
zone buie che avvolgono la vita del padre, soprattutto in quel difficile periodo vissuto a
Napoli a cavallo tra 1848 e 1860, il figlio biografo intuisce, sfiora le questioni, ma non
tace i dubbi circa l'azione del padre; tace, invece, sui due processi del 1861 e del 1870
circa "i fatti delittuosi" accaduti in Oria il giorno di Pasqua, 31 marzo 1861.
Traspare dalla lettura dell'Attendibile il profondo senso di solidarietà umana col padre,
esponente di una nobile tradizione famigliare e di un momento storico, dei quali
comprende le varie esperienze, uniche e irripetibili. L'autore coglie nei protagonisti la
triplice valenza culturale, storica e umana, insieme con la tensione politica. Camillo
Monaco emerge come un personaggio chiave della storia di Oria e prezioso anello di
raccordo, come apostolo e protagonista del movimento repubblicano unitario nazionale
basato sul "Pensiero e Azione" mazziniano.

Proponendo all'attenzione del pubblico Un Attendibile: Camillo Monaco si è voluto
aggiungere un'altra tessera mancante - dopo quella di Sir James Lacaita - a quel gran
mosaico della nostra storia nazionale.
Il che non significa che il caso Camillo Monaco sia stato risolto, perché la domanda
resta: chi è stato veramente Camillo Monaco? Cosa ha fatto?
Egli fu, anche come risulta dagli atti del processo del 1861:
"il Regio Subeconomo della Diocesi di Oria per l'operosità prestata nei fatti dal 1860
al 1861; il Regio Delegato Straordinario in Torre Santa Susanna; il Maggiore della
Guardia Nazionale investito dell'onore e del titolo di Cavaliere dei SS.ti Maurizio e
Lazzaro; il Consigliere Provinciale; il Presidente della Congregazione di Carità; l'Esattore
Fondiario [carica cui il Monaco rinunciò perché "lucrativa"]".
E, come controparte, egli fu visto anche come
"Feudatario del Medio Evo, anzi [...] Re del paese colla sua corte di Bravi, ordina e
fa eseguire violenze e delitti contro i forzati vassalli"?.
Pertanto, solo uno studio incrociato delle fonti reperibili potrebbe fare emergere più
chiaramente la figura di Camillo Monaco.
La proposta editoriale della sua biografia delineata dal figlio Attilio, arricchita anche
dell'Albero Genealogico della famiglia Monaco e degli Indici dei nomi e dei luoghi,
offrendo altra materia di riflessione, vuole essere un invito ad ampliare e approfondire
le ricerche.
A. M. Andriani


[A pag. 15 de Un Attendibile (a cura del figlio Attilio) si legge: "In queste pagine, che
non contengono la cronaca di avvenimenti straordinari o l'accenno a condanne gravi,
riporto solo particolari di persecuzioni e di angherie poliziesche contro un attendibile,
mio Padre: vecchie cose di un mondo scomparso, sperdute nel turbinio degli anni, e di
cui non resta altra traccia che in carte di archivio, ora sature di muffa e di passato, ma
che temibili mani hanno scritto e sfogliato."]

Qui di seguito trascrivo un profilo tracciato dal Dr. Pasquale Spina nel suo
bellissimo libro sulla toponomastica oritana: "Oria/ strade vecchie, nomi
nuovi; strade nuove, nomi vecchi. Anno 2003.

[Il personaggio cui è dedicata questa via è senz'altro un protagonista della vita
oritana nella seconda metà dell'ottocento. Camillo Monaco nacque il 22 febbraio del
1819 da Pasquale e da Gaetana Vita. Apparteneva ad una delle famiglie più antiche e
ricche di Oria. A leggere i due lavori più probanti scritti su C. Monaco, la biografia del
figlio Attilio e il processo di A. Benvenuto, sembra, quasi, di trovarsi di fronte a due
personaggi completamente diversi: da un lato il martire dei borboni, il patriota ispirato
da ideali di libertà, il propugnatore di idee nuove; dall'altro un personaggio prepotente
e vendicativo che per perseguitare le sue vittime non esitava a usare la violenza.
Come al solito la verità non sta mai tutta da una parte: a prescindere che avesse o
meno degli ideali di libertà, subì, fino al 1860, diversi processi e condanne da parte della
giustizia borbonica.
All'avvento dei Savoia potè finalmente mettere in atto le sue aspirazioni di essere
protagonista della vita politica e amministrativa della sua Città: da allora e fino alla
sua morte non vi furono cariche e missioni comunali alle quali Camillo Monaco non
fosse chiamato. Fu nominato commissario del Governo Provvisorio Dittatoriale, fu,
quasi ininterrottamente, consigliere comunale, per lunghissimi periodi, assessore, e fu
anche sindaco facente funzione. Contemporaneamente a questi incarichi amministrativi
Camillo Monaco ricopriva altre cariche assai prestigiose: fu Maggiore della Guardia
Nazionale e Comandante del battaglione di tutto il Mandamento, fu il primo Presidente
della Congregazione della Carità e fu Sub-economo Diocesano di Oria nominato
con Decreto Ministeriale dell'8 marzo 1863.
Accentrando tutto questo potere, era inevitabile che non si presentassero occasioni
in cui Camillo Monaco avesse modo di esercitare quelle vendette nei confronti di coloro
dai quali era stato avversato nel periodo borbonico.]

Qui di seguito un pezzo tratto dal libro: "La Diocesi di Oria nell'800, di Carmelo
Turrisi".
Emerge un'altra interessante figura di quei tempi: quella del vescovo di Oria
Luigi Margarita.

Il movimento risorgimentale si evolve sotto Ferdinando II (1830-1859) il cui governo,
sebbene più aperto ai problemi del tempo e meglio disposto di fronte alle innovazioni
positive del Decennio francese, non riuscì tuttavia a soddisfare il movimento
trasformista guidato dalla borghesia intellettuale il cui programma includeva una migliore
«organizzazione amministrativo-burocratica, uniforme e accentratrice, contro il
caos delle legislazioni e degli istituti, e le stratificazioni delle consuetudini privilegiate;
anticlericalismo, o meglio anticurialismo... tolleranza religiosa e incipiente laicizzazione
dello stato e della vita sociale... ». Il nunzio mons. Antonio Garibaldi avvalorava la
fondatezza di queste richieste scrivendo al segretario di stato monsignor Ferretti a
proposito dell'ormai famoso opuscolo di Luigi Settembrini intitolato «La protesta del
popolo delle Due Sicilie» del 1847:
Il libello è dispiaciuto assai alle persone affezzionate al Re, perché si cerca di rendere
odiosa la persona del Monarca, procurando di farlo comparire colpevole di tutto il male
della pubblica amministrazione che si espone e deplora, attribuendogli maggiori difetti
che non ha, e dissimulando quello che avvi di buono in Lui. Però conviene dire che la
sostanza dei pubblici mali, contro i quali si reclama, è purtroppo seria: voglio dire la
mancanza d'ordine e di legalità nell'amministrazione, di zelo e probità nei pubblici impiegati
dall'alto in basso, fatte ben inteso le debite eccezioni, che come vere eccezioni
debbono realmente riguardarsi.
Si giunse pertanto per conseguenza alla rivoluzione del 1848 e alla concessione
della Costituzione del 29 gennaio che accordava le guarantigie rappresentative e istituiva
il parlamento nazionale. La notizia, giunta in Puglia il 1° febbraio, sollevò entusiastiche
accoglienze. Si ebbe la sensazione d'essere usciti dal caos e dal buio. Anche i «
Rapporti periodici della polizia » dell'anno notificavano l'accoglienza festosa della Costituzione
a Sava, a Francavilla, a Ceglie ed a Oria, dove accaddero pure vari disordini
dettati dall'antica rivalità tra « poveri e ricchi ». Le illusioni suscitate dalla concessa
Costituzione durarono fino al 12 marzo 1848 quando fu ritirata e furono raccolte firme
di adesione alla iniziativa, suscitando la reazione immediata dei liberali. La diocesi
stessa ne fu coinvolta (Vedi Nota 1). Il governo rimediò subito con rinforzate misure
poliziesche e condanne contro i fautori della Costituzione.
Alla morte di Ferdinando II, che trascorse gli ultimi anni di regno nel « più completo
assolutismo », salì sul trono il figlio Francesco II, al quale fu riservata la triste
sorte di assistere alla scomparsa della dinastia borbonica dal regno delle Due Sicilie
sotto la spinta dell'azione dei Mille. Dopo la presa di Napoli (7 settembre 1859) e quella
di Gaeta (13 febbraio 1861), lasciò definitivamente il paese ritirandosi a Roma, da
dove alimentò una debole reazione favorendo la rinascita del brigantaggio (Vedi Nota
2).
Negli ultimi anni della monarchia borbonica la diocesi di Oria fu retta dal Margarita
nativo di Francavilla Fontana, unico vescovo di questo periodo uscito dall'ambito stesso
della diocesi. Nei Processi fu descritto:
Vir gravitate, prudentia, doctrina, morum probitate, rerumque experientia praeditus et
in ecclesiasticis functionibus apprime versatus, dignus propterea, qui Ecclesiae Orita16
nae in Episcopum praeficiatur.
Per Pietro Palumbo, autore di una storia di Francavilla, liberale e aperto oppositore
del Margarita, questi sarebbe stato eletto alla cattedra di Oria « per protezione
sovrana più che per meriti, non essendo altro che un mediocre frate della Congregazione
di S. Vincenzo dei Paoli » legata alla causa borbonica, agevolato dal fratello Antonio
che aveva raggiunto una potenza economica sposando una della famiglia Bottari.
Qualche anno più tardi la sua nomina fu sospettata di simonia. Il canonico De Angelis,
facendo ricorso al s. Padre nel 1857 contro il proprio vescovo, scriveva:
[... solo rassegno a V. Beatitudine, che oltre tanta inettezza si benigni prendere in considerazione
la simonia pubblicamente nota... La simonia di Margarita fu strombettata
pel Regno da un servo moro, che portò 8 mila ducati; e la Diocesi adesso ne può contestar
tanti fatti.]
Questa affermazione, non potendo essere valutata criticamente per la mancanza di altri
documenti, può sembrare almeno sospetta tenendo conto che il De Angelis era stato
relegato in un convento di Ruvo dal Margarita. La notizia della simonia fu comunque
raccolta da alcuni autori come il Palumbo e l'Argentina. Il primo parla di 12 mila ducati
e mette in risalto lo spirito di arrivismo del Margarita. L'Argentina parla invece di
18 mila ducati offerti al ministro del Culto perché venisse proposta la sua persona alla
s. Sede per occupare una cattedra vescovile. Ma non se ne mostra certo, anzi stima
l'accusa di simonia « un mendacio calunnioso »:
I 18.000 ducati-oro se veramente sborsati al Ministro borbonico dei Culti dell'epoca,
non implicavano il delitto di simonia, perché serviti ad ottenere che il P. Luigi
Margarita della Missione fosse proposto alla Santa Sede per la nomina a vescovo di
Oria, come persona meritevole e gradita alla R. Corona di Napoli. Si comprava in effetti
la proposta, che poteva anche essere bocciata, e non il beneficio ecclesiastico da chi
aveva la facoltà di conferirlo (Nota 3).
Più attendibile sembra invece l'insinuazione che il governo avesse proposto il Margarita
alla s. Sede per le sue tendenze spiccatamente borboniche e che lo avesse destinato
ad una diocesi dichiarata da alcuni « nido tradizionale di assolutismo e di prepotenza
» e dove certamente tutti i vescovi predecessori avevano dimostrato indiscusso
attaccamento ai Borboni. È certo che il periodo dell'episcopato del Margarita in Oria è
da annoverarsi tra i più agitati e difficili per le situazioni politico-sociali che richiedevano
un certo adattamento psicologico al quale egli non era preparato. Perciò non fu in
grado di concepire, per i vari problemi che si affacciavano alla ribalta della storia, una
soluzione diversa dal giurisdizionalismo confessionale borbonico considerato ancora un
« caposaldo per l'opera di ricostruzione, di cui appariva cosi urgente il bisogno ».Ciò
spiega pure quel certo servilismo del Margarita ai Borboni riconosciutogli anche dal
nunzio (Vedi Nota 4).
Ma la monarchia borbonica aveva concluso la sua storia nel Sud e quando scomparve
alla fine del '59 non suscitò meraviglia, giacché da tempo si avvertiva di non poter
assolvere alla sua missione più oltre. Diverse cause avevano preparato la sua fine:
la frattura con la cultura illuministica meridionale che aveva appoggiato spesso il riformismo
borbonico credendo, a differenza di altri stati, nella possibilità di una collaborazione
ma su basi più democratiche; la crisi dell'istruzione, dell'esercito e della burocrazia,
la triste situazione economica che, nonostante i tentativi di riforma, non riusciva
a sollevare le condizioni del popolo; e infine la mancanza di una attenta diplomazia
nel campo delle alleanze che la costrinsero a rimanere sempre nel cerchio dell'influenza
austriaca. È per questo che il Margarita, borbonico per devozione, cominciò a
subire le conseguenze delle sue scelte politiche all'indomani della scomparsa dei Borboni,

insieme a gran parte dell'episcopato meridionale. Non mancò chi pensava che i
vescovi del Sud avessero aderito al nuovo assetto politico solo per voler pacificare le
diverse fazioni. Si trattava, scrive la « Civiltà Cattolica », d'imposture contro di essi:
Di che poi, secondo il solito, si valsero i sovvertitori per mettere i Vescovi in aspetto
di sleali e felloni al legittimo loro Re, lodandoli d'aver aderito al nuovo ordine
colà stabilito dal tradimento e dalla forza. Ciò è falsissimo. Assai pochi tra i Vescovi
piegarono a tanta viltà, e parecchi, come a cagion d'esempio, l'Ordinario di Altamura,
scrissero lettere molto energiche per disdire l'imposture con cui faceasi di loro bontà si
perfido abuso, mettendoli in mostra di aderenti alla rivoluzione. Cosi suole ripagarsi
dai tristi la pietà e la carità del Clero.
Questa fedeltà dell'episcopato alla causa borbonica, a differenza del basso clero, venne
dichiarata anche in una relazione del 18 agosto 1860 al ministro degli Interni:
Un fatto ho da segnalare a V.E. quasi universale, e che in modi più o meno espressi si
ripete, in presso che tutte le diocesi del Regno; ed è che i Vescovi si scuoprono, generalmente
parlando, avversi al nuovo ordine di cose. Solamente ci ha differenza nel modo,
che alcuni fanno allo Statuto una opposizione quasi direi passiva, non consentendo
che si svolga con quelle libertà ed in quella maniera, che si richiede a voler che porti
frutti degni della maturità dei tempi in che siamo. Altri poi, più vivo contrasto facendogli,
e quasi la divisa vestendo di congiuratori, dimentichi ad un tempo e dell'ufficio
sacerdotale e del debito di cittadini, colla parola che è possente sulle loro labbra, e con
atti scopertamente ostili, si fanno centro di reazione, e gli onesti liberali inducono a
pensieri che non ebber mai, togliendo forza al Governo, ed il paese ponendo in sullo
sdrucciolo di cadere nell'anarchia... (Vedi Nota 5).
Tra i vescovi ritenuti responsabili di opporsi alla concessione dello Statuto costituzionale
accordato da Francesco II nel '48 e richiamato in vigore con un decreto del 1°
luglio 1860, fu inserito pure il Margarita insieme ad una parte del suo clero.
Ma la reazione anticostituzionale del clero e dei lavoratori fu generale nel Salento.
Gli anni che seguirono all'Unità d'Italia segnarono lo scontro, in politica ecclesiastica,
del « rigido giurisdizionalismo meridionale » con la formula concepita dal Cavour della
libertà dello Stato e della Chiesa. Ciò non piacque al ministro Mancini e ad altri meridionalisti
i quali ammettevano che lo Stato dovesse continuare ad esercitare le sue
storiche prerogative dell'exequatur, del placet e simili che lo ponevano in una posizione
di supremazia sulla Chiesa. Questa divergenza di vedute si manifestò pure quando fu
presentato il disegno di legge delle Guarentigie per sistemare la posizione della s. Sede
dopo la presa di Roma e la caduta del potere temporale. Essa era stata impostata sulla
nuova formula cavouriana del separatismo tra Stato e Chiesa.
Tuttavia questi anni furono dolorosi per i vescovi del regno che manifestarono con
lettere pastorali il loro sentimento sulle « luttuose vicende » italiane, dimostrando solidarietà
al papa per i fatti dello Stato Pontificio. Nel gennaio 1860 l'episcopato del regno
di Napoli indirizzò una lettera al Papa, che recava anche la firma del Margarita.
L'azione politica del Margarita risente di queste circostanze. Egli, pur avendo avuto
per maestro il P. Tommaso Contieri di tendenza liberale, rimase filoborbonico, anzi fu
creduto « spia borbonica ». Eppure egli stesso aveva dichiarato al nunzio che uno dei
primi atti del suo episcopato era stato « di non immischiarsi in faccende politiche, ma
di continuare nella santa Missione del Sacerdozio » insieme al suo clero. E tuttavia fu
obbligato ad occuparsene sia perché credeva nella missione dei Borboni a favore della
Chiesa, sia perché stimolato dalle numerose adesioni del suo clero al nuovo assetto politico.
La sua autorità gravò sui preti liberali i quali, nei ricorsi alle autorità e nelle

adunanze capitolari, lo descrissero non pastore ma commissario di polizia, « religioso
strumento della tirannide borbonica », avvolto in litigi, seminatore di dissensi, di desolazione
e di pianto per i preti liberali che spesso egli castiga. E pertanto egli fu costretto
a subire le conseguenze del suo agire da parte della reazione liberale quando fu proclamata
la Costituzione. Si manifestò contro di lui e la sua famiglia religiosa creduta
anch'essa « spia borbonica ». Si ritirò a Francavilla per tranquillità. Parte del numeroso
clero, quello liberale, della sua natale città non ne gradi la presenza ed avanzò al
sindaco Nicola Barbaro-Forleo la richiesta di allontanarlo:
Urgente ed imperioso bisogno proclama pronta sortita di questo indegno prelato. Per lo
che la presente petizione caldamente a voi si raccomanda o Sindaco e Decurioni che di
nostra patria i bisogni rappresentate acciò autenticata da vostra decisione, rassegnata
fosse all'Intendente per l'efficacia di sua esecuzione.
Il 16 agosto 1860 il decurionato votò per acclamazione l'assoluto trasloco del Vescovo e
del fratello Segretario acciò non avvenisse alcun disordine fra questa popolazione che
mal vede il suddetto Prelato e perché fosse provveduta la Mensa Vescovile ora vacante
nel fatto, il che tiene in disordine i Cleri e perciò i popoli della Diocesi (Vedi Nota 6).
E si voleva pure che il clero non liberale fosse privato delle cariche, perché era ritenuto
responsabile delle discordie tra la popolazione. Sotto la pressione del decurionato
che aveva avanzato un rapporto al governatore della Terra d'Otranto si allontanò
dalla sua famiglia ritirandosi a Napoli a S. Giovanni a Teduccio affidando la diocesi al
tesoriere D. Pasquale Maggio. Essendo questi dello stesso indirizzo politico del vescovo
fu costretto a dimettersi il 4 settembre 1860, e il suo posto fu occupato dal vecchio D.
Cosimo Lombardi sostenuto dai liberali rivoluzionari che assalirono il palazzo vescovile,
ruppero il trono e bruciarono lo stemma vescovile, mentre altri « ambiziosi del Capitolo
Oritano, interpretando secondo il proprio punto di vista le leggi canoniche, persuasero
i Colleghi a dichiarare la Diocesi di Oria sede vacante, per l'assenza del Vescovo
e l'ignoranza del suo domicilio e a domandare alla Luogotenenza di Napoli il sequestro
delle rendite della Mensa Vescovile » (Vedi Nota 7). Il Lombardi durò in carica
pochi mesi, e il 1861 si dimise per motivi di salute o forse perché il vescovo dichiarò
nulla la sua elezione. Nonostante che la Luogotenenza di Napoli lo consigliasse non gli
fu dato un sostituto e per conseguenza il diritto passò alla chiesa metropolitana di Taranto.
Essendo mons. Giuseppe Rotondo (1855-1885) lontano per le stesse ragioni politiche
che avevano colpito il Margarita, l'elezione fu fatta dal suo vicario canonico D.
Agostino Baffi che mandò ad Oria D. Ciro Pignatelli di Grottaglie. Ma la s. Congregazione
dei Vescovi e Regolari diffidò il Pignatelli con un rescritto del 23 novembre 1861,
nominando al suo posto il canonico D. Vincenzo De Angelis. Pignatelli non solo non si
dimise, ma ottenne dal governo di far relegare il De Angelis prima in Brindisi e poi in
Lecce. Grande fu il disordine e profonda la rottura tra il clero margaritano che faceva
capo al canonico Maggio e il liberale che riconosceva il Pignatelli. Al primo erano rimaste
poche chiese per officiare, ma furono scelte dalla maggioranza del popolo per ricevere
il battesimo e celebrare i matrimoni. Si sviluppò un certo disorientamento anche
nei monasteri femminili che rifiutarono l'autorità del Pignatelli perché la dichiaravano
illegittima « e di esser solo legittima - scriveva lo stesso Pignatelli - quella
del famigerato lontano Vescovo Margarita, e del suo Pro-Vicario Generale Can. De Angelis
». Il canonico De Angelis, da Lecce dove era relegato, non cessava, secondo il rapporto
del Pignatelli, di seminare in tutti i paesi di questa Diocesi la più accanita ragione
morale, e politica insinuando a vari Ecclesiastici isconoscermi, come han fatto, con
provocare dalla S. Sede rescritti, darli corso non ostante scevri di Regio Exequatur, dé
quali mi onoro confogliarne uno capitatomi, e dal medesimo con sua Relazione procurato,

dal quale si rileva chiaro, che nell'atto, che io governo questa Diocesi come Vicario
Capitolare, egli si sforza furtivamente governar da Vicario Generale.
La posizione del relatore divenne infine insostenibile per l'accanita lotta mossagli
dagli avversari, che egli chiamava « emissari Borboniani e Margaritiani », e si dimise
il 25 settembre 1863. Gli successe nuovamente il canonico Maggio per volere del
vescovo e furono favoriti questa volta i margaritani fino alla venuta del Margarita nel
'66, che però, costretto nuovamente ad allontanarsi colpito dalla legge Crispi dei «sospetti
» del maggio 1866, accusato « quale perturbatore dell'ordine pubblico », fu relegato
prima a Lecce, poi a Fenestrelle, da dove tornò con una forma di sordità abbastanza
seria da cui non si rimise mai completamente. Nel '67 ritornò definitivamente
in sede.
Qui termina la crisi politica della diocesi ed inizia l'opera di ricostruzione pastorale
per recuperare la parte del clero che aveva abbracciato il nuovo indirizzo liberale e
ridare fiducia al popolo sconvolto dalle lotte intestine. Nella sua relazione ad limina
del '66 il Margarita tracciò un quadro della situazione politica e morale della sua diocesi
verificatasi durante i cinque anni circa di assenza notando le avversità e gli attacchi
alla religione.
In questo stato di cose la Chiesa avrebbe avuto bisogno di elementi sensibili al
nuovo ordinamento di cose per non compromettere del tutto l'azione pastorale.
Ci domandiamo se monsignor Margarita fu un vescovo preparato ad assolvere al
suo compito pastorale. Egli, «lottatore nella difesa della fede », venne accusato di ostacolare
« ogni più santo e ragionevole progresso ». Forse anche per il suo carattere egli
non riuscì a guadagnarsi la stima e la collaborazione di tutto il suo clero. Nell'ambiente
esacerbato delle critiche e dei ricorsi fu descritto come: « dispotico, dal carattere aspro,
indelicato, poco avveduto, prepotente, idolatra di se stesso, vanitoso, caparbio,
ingordo, avaro, crudele, dalle punizioni capricciose e dalle umiliazioni pubbliche, sino
dai pergami... ». Non è da sottovalutare che anche in età borbonica l'assenza di pace
nell'ambito della diocesi aveva suggerito a quel governo, nel 1854, il trasferimento ad
altra sede che però venne rifiutato dal Margarita. Anche il nunzio sembrava convinto
della fondatezza delle accuse contenute nei ricorsi per cui consigliava:
Ella nella sua penetrazione ben comprende quanta delicatezza nei momenti presenti si
richiede per guidare in tutta carità il Clero, e quindi quanto studio abbisogna prima di
decretare al medesimo delle punizioni.
Si è d'altronde rimarcato la molta facilità con la quale V.S.I. fino dai primordi del suo
governo ha stimato far prevalere la spada dei castighi, al soave gioco della croce, dando
a quasi tutti i Cleri della Sua Diocesi esempi di punizione... Anche la facilità di
comminare le censure Canoniche, e la necessità di revocarle non produce il miglior effetto...
Poggiato io sul principio che molto si ottiene con la dolcezza, e poco o niente col
generalizzare le punizioni, ho convinzione che adopererà modi, e ponderazione, e carità
nei castighi, e nelle risoluzioni tutte di qualche rilievo, e si guarderà dai consigli che
lungi dal dirigerla al bene della Diocesi, ne procurerebbero il danno.
Quanto ai consiglieri ai quali accenna, il nunzio aveva accettato come vera la relazione
dell'arcivescovo di Taranto, Raffaele Blundo (1835-55), su una diceria corrente
nella diocesi di Oria secondo la quale i cleri « rimasero più dispiaciuti, perché le punizioni
venivano dalle insinuazioni fatte dai cinque Fratelli del Vescovo, sicché dicono
che i Vescovi di Oria sono sei, e non uno ».
Chi cercò di scusare il comportamento del Margarita fu il vescovo di Nardo, Luigi
Vetta (1849-73), che riferiva al nunzio:

Da quelli stessi che biasimano, e riprendono la condotta del Vescovo rappresentasi la
Diocesi di Oria come grandemente indisciplinata, e scorretta a segno da potersi giudicare
effetto di santo zelo ciocché ad altri sembra impeto, rigore, e deferenza, e che al
più potrebbe al Vescovo consigliarsi di usar alquanto maggior prudenza, e nella santa
opera di rialzare la scaduta disciplina Ecclesiastica procedere con passo meno celere, e
più misurato.
Esaminando le sue lettere ai capitoli delle chiese e i suoi vari interventi, abbiamo ricavato
l'impressione di trovarci di fronte ad un vescovo zelante ma alquanto «dispotico »,
per usare il termine riferito dal suo clero. Ma quasi tutti i vescovi della diocesi in quel
secolo usarono il sistema autoritario suggerito dalle circostanze, dal carattere degli ecclesiastici
e da quel movimento riformistico che nell'800, a partire dalla Restaurazione,
sembrò desse credito all'autorità anche in ambito religioso.
(Nota 1) A. S. Lecce, Rapporti... 1848, fasc. 3183. Il rapporto del 25 febbraio annotava
per Oria: « ... se non che taluni esaltati qui, e della Classe dé Proletari, o di tenue possidenza
svolgono in pubblico principi di liberalismo eccedente i limiti costituzionali.
Evvi quì adottamento di bandiera, mappa, e nastri tricolori ». E il 6 marzo sempre per
Oria: « Le voci, poi, e le poesie lette e cantate nella ricorrenza, comunque straripassino
i limiti Costituzionali, sembrano piuttosto dettate dalla foga di godere d'una libertà licenziosa,
anzicché d'eccitar sedizione... ».
In generale si nota nella provincia di Lecce: « Cospirazione o attentato per oggetto di
cambiare il Governo ed eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro
l'autorità Reale, e discorsi tenuti in luoghi e adunanze pubbliche per provocare direttamente
gli abitanti del Regno a distruggere e cambiare il Governo, a 19 maggio 1848
in Lecce » (cfr. ibid.: Atti d'istruttoria e di processura presso la gran corte speciale criminale
di Terra d'Otranto per i fatti del Maggio 1848, pp. 3-6).
Molto attivi si dimostrarono il canonico D. Salvatore Filotico e lo Schiavoni di Manduria,
i quali arringavano il popolo aizzandolo contro il re che descrivevano come assassino
« autore di sangue e di eccidi » e insinuando « a sconoscerlo, e che da essi dovevansi
governare »
(Nota 2) P. Palumbo, Storia di Francavilla F., vol. 2°, p. 91. Monsignor Margarita invitò
il canonico Luigi Raggio, professore di letteratura nel seminario di Oria, a tessere
l'elogio funebre di Ferdinando II. Ma il Raggio rifiutò l'incarico affermando che « la
morale e la storia che egli seguiva, non giudicavano lodevole il complesso degli atti del
defunto sovrano»
(Nota 3) P. PALUMBO, Storia di Francavilla F., voi. 2°, p. 86; F. ARGENTINA, Fatti
del Risorgimento in Francavilla F. (1799-1860), Fasano 1965; ID., Monsignor Luigi
Margarita vescovo di Oria e la lotta col suo clero durante il Risorgimento, Bari 1955,
pp. 14-15; Mons. L. MARGARITA, Lettera pastorale al clero e al popolo, Napoli 1851,
pp. 5 ss. Il Margarita si dichiarava sorpreso per « l'inaspettato annunzio » del suo episcopato.
Se le sue parole sono sincere, egli era esente da qualsiasi azione « simoniaca ».
Il problema resta aperto perché non avvalorato da documenti, ma basato sulla testimonianza
di una sola persona. In più potrebbe inserirsi nelle mosse politiche dei suoi
numerosi nemici.
(Nota 4) A. S. Vat., N. Nap., 107 Oria, int. 4: minuta del nunzio al cardinale Della
Genga: «Sono convinto che Mons. Margherita cerchi rendersi benevolo il Governo mediante

i suoi rapporti politici...».
(Nota 5) R. DE CESARE, La fine di un Regno (Napoli e Sicilia). Parte II. Regno di
Francesco II, Città di Castello 1900, p. 282. Questa relazione del Direttore dell'Interno
e della Polizia fu fatta in base ai rapporti degli Intendenti di nuova nomina di tendenza
liberale. Cfr. pure: A. MONTICONE, I Vescovi meridionali: 1861-1878, in Chiesa e
religiosità in Italia dopo l'Unità (1861-1878). I - Relazioni, Milano 1973, pp. 86-87. Sul
carattere politico dei vescovi meridionali l'autore fa notare: « I Vescovi eletti anteriormente
al 1861 erano in prevalenza piuttosto legati al governo borbonico e comunque
profondamente avversi al movimento nazionale, tanto che quattro di essi abbandonarono
le loro sedi inseguito agli avvenimenti del 1860 e rimasero a lungo assenti: il
Margarita, vescovo di Oria, e il Materozzi, di Ruvo e Bitonto, erano ancora a fine 1866
nella lista di coloro che il governo riteneva non avrebbero potuto ritornare in sede; il
Bruni, di Ugento, era fuggito a Napoli, ove pure si era ritirato il 1860 il Rotondo di Taranto,
restandovi fino al 1871; F. GAUDIOSO, Episodi reazionari del clero di terra
d'Otranto nel 1861-1865, in « Annali » della Facoltà di Magistero di Lecce, III (1973-
1974), Bari 1974, pp. 227 ss.
(Nota 6) P. Palumbo, cit.; A. S. Lecce, Atti del Governatore di Terra d'Otranto, fase.
16, ottobre 1860. Contiene le due lettere del sindaco Barbaro-Forleo. Nella prima egli
notifica al Governatore: « è stata approvata una petizione sottoscritta dal Clero, comunità
religiose, notabili secolari e da vari altri del ceto medio con la quale a nome di
questa popolazione dimandavasi pronto allontanamento del Vescovo Margarita dalla
Diocesi, e il suo fratello D. Tommaso di lui segretario, e provocavasi pure la loro traslocazione,
provvedendosi di altro vescovo la diocesi. E ciò perché la loro semplice esistenza
nella stessa era una continuata minaccia all'ordine pubblico ».
Nella seconda lettera afferma: « Sappia che questa popolazione abbrividisce al solo
nome di Margarita tanto è l'abborrimento e l'odio contro di costui ».
Il fratello del vescovo, Antonio, spiega invece diversamente il momentaneo allontanamento
del vescovo da Oria: egli, stimato « quale uno dei primi proprietari terreni di
quel Comune è stato sempre tenuto di mira da pochi malevoli che non rispettano le
leggi e l'ordine pubblico e privato, per effetto d'invidia. Il supplicante per evitare gl'inconvenienti
e vie di fatto contro di lui e la sua famiglia nel seguito cambiamento politico
e nei primi movimenti che in molti comuni del regno han prodotto dei disordini cercò
di allontanarsi per poco in altra città».
(Nota 7) F. Argentina, Fatti..., pp. 88-89. Cfr. pure: A. S. Nap., A. Borbone, 2220, II
inv.: Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno
1862 (non è citato l'autore), p. 2, nota 1. È riportato il parere della stampa neutrale del
tempo sul comportamento del governo nei confronti dell'episcopato meridionale: «
Quando da' Municipii del Napoletano si fanno istanze al governo, come in parecchie
Diocesi è avvenuto, perché sia richiamato il Vescovo nella sua residenza, il governo risponde
essere i Vescovi perfettamente liberi.
Nello stesso tempo dà a' Vescovi il consiglio di non ritornare per ora, per non correre
pericolo nelle ostilità, e reazioni.
Intanto li riguarda come assenti volontariamente, e ne confìsca i beni della Mensa, eccitando
lo zelo dé suoi esattori con l'aumento del compenso dal 3 al 20 per cento su le
rendite Vescovili che introitano ». 

 



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  • Camillo Monaco (fra Oria e Napoli) - Fu vera gloria? A noi posteri l'ardua sentenza. - 1/1


  • Redazione
  • Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2014 - 21:55
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